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Un filo appeso al cielo - oncoematologia infantile a Padova in un docufilm


Un giorno stai giocando con i tuoi bambini, baci tua moglie e vai al lavoro, il giorno dopo ti ritrovi al buio, vieni tirato giù da un peso enorme. Guardi tua moglie e i vostri occhi non sorridono più, sono persi gli uni in quelli dell’altro. Vi chiedete perché.

Guardi tuo figlio e non sai come fare a spiegarglielo, non sai quali parole usare, quali promesse puoi mantenere. La verità è che non hai più certezze.


Oncoematologia, che cazzo di termine, fino a ieri non sapevi nemmeno esistesse una parola così. Una parola fredda, buia. Una parola ancor più del cazzo quando si trova in coppia con "infantile”. Un binomio terribile. Un postaccio dove impari presto tutte le malattie gravissime che possono colpire un innocente fra gli zero e i 18 anni. Una serie di parole che nei mesi ti diventeranno familiari, malattie a cui riconduci piccoli volti, storie familiari e gli occhi di altri genitori come te. Occhi stanchi, gonfi, rossi.

Leucemie acute, tumori cerebrali, neuroblastomi, linfomi e altri sarcomi delle parti molli. Tutta roba con cui non volevi avere a che fare, roba che nessun genitore dovrebbe imparare sulla pelle dei figli. Quante volte ti sei chiesto “perché non a me, perché lui? Che mondo di merda”.

Avevi dato troppe cose per scontato ed, ora, eccoti lì. Un’intera famiglia “appesa ad un filo”. Fra giorni buoni e giorni nerissimi, giorni in cui sei entusiasta e giorni in cui il morale é sotto le scarpe. Ogni giorno cerchi di tenere tutti i pezzi insieme. Alti e bassi che non hai la forza di descrivere, non hai nemmeno più la forza di arrabbiarti, sei troppo frastornato e concentrato a sperare.

Con cautela, senza facili illusioni. L’80% oggigiorno guarisce. Il 20% è poco, non sarà lui, non noi. Ti aggrappi furiosamente alla speranza, investi ogni energia lì.

Tuo figlio è il centro dell’universo adesso. Hai imparato i nomi dei medicinali, hai perennemente nelle narici l’odore del disinfettante e nelle orecchie rimbomba il rumore dei macchinari che lo curano. Segui ogni istruzione del personale sanitario, non si deve sbagliare nulla.

Fra casa e l’ospedale é come se ci fosse un corridoio invisibile, sei sempre in tensione e, anche se provi a darti il cambio con tua moglie, staccare è impensabile. Respirate e sospirate insieme ad ogni colloquio con i dottori, intrecciando le vostre dita fino a stringerle troppo. Siete uniti ma dispersi, lontani dal mondo normale. Fra camici e mascherine. Infermieri e dottori. Analisi e cure. Vivete una vita parallela, anche a casa. Sorridete quando c'è da sorridere in modo meccanico e, nello stesso modo, ricacciate via il magone quando serve.

Ti chiedi per quanto si può reggere, andare avanti così. Gli altri genitori ti danno coraggio e forza. Ogni tanto ci si riesce a confrontare ed alleggerire un po’. Ogni tanto lo psicologo è capace di rinvigorire tutti voi, guidandovi, evitandovi il baratro. Ed è in quei momenti che ti rendi conto che é tuo figlio a darti la forza, la determinazione. É lui ad essere forte per voi. É lui a superare tutto, nonostante tutto.

In quel reparto, capita anche di ritrovarsi spiazzati davanti ad un lutto che non può e non dovrà essere anche il vostro. Cazzo, no. Non è giusto. A quell’età non si dovrebbe morire. Non così. Cazzo. Noi no, dobbiamo farcela, piccolo guerriero. Forza.

E se non fosse per il personale, per lo più straordinariamente umano e allenato a questa situazione, nonostante i turni massacranti, non fosse per i dottori, fra i migliori del mondo (non d’Italia, del mondo!), se non fosse per le buone anime dei privati e delle fondazioni che tengono in piedi alcuni servizi ausiliari, come gli psicologi o altro personale extra, il reparto di Padova non sarebbe un’eccellenza. E non potrebbero seguire 1500 ragazzi ogni anno, compreso il vostro.

E allora, voi, voi che avete il potere di aiutare con il vostro 5 per mille, con le donazioni o anche solo con il tam tam, sentitevi speciali. Perché, ogni bambino o ragazzo curato o guarito, è un po’ merito vostro. É tornato a giocare, a suonare o studiare, grazie anche a quel piccolo gesto. Che di piccolo non c'è niente in queste situazioni. Tutto è enormemente importante.

Quindi sentitevi partecipi, non solo del dolore, ma di tutte quelle speranze e vite attaccate ad un filo che ancora non si è spezzato.

 

 

Il docufilm Un filo appeso al cielo, (20 minuti da guardare tutti d’un fiato) girato da Andrea Tomasi insieme ai colleghi e videomaker Leonardo Fabbri, Franco Delli Guanti, Jacopo Salvi e Mirko Lamberti, servirà per raccogliere donazioni a favore alla onlus Team for Children, che sostiene le attività del reparto di Oncoematologia infantile di Padova.

Quello di Tomasi é un docufilm nato da un’esperienza personale che si é conclusa con un lieto fine. Si tratta di un invito a sostenere una realtà importante, un’eccellenza internazionale che ogni giorno si prende cura di piccoli guerrieri e delle loro famiglie, nonostante i tagli alla sanità.

 

Denise Fasanelli