diventare genitori è un gioco da ragazzi

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Riflessioni sulle mamme lavoratrici

mercoledì 5 marzo 2014


Una delle cose più complicate dell'essere diventata mamma - per me - è la gestione dei tempi di lavoro.

 

Sono libera professionista: niente maternità (avevo appena aperto partita iva, e non avevo raggiunto il limite minimo di entrate per farne richiesta), niente malattia, niente ferie pagate.
Può non servire una babysitter se Matilde non va a scuola, perché lavoro a casa. Ma sono consapevole che è "abbandonata" a se stessa davanti alla tv (con programmi adatti alla sua età). A volte colora accanto a me, ma si stufa presto, e parte con le mille domande e richieste, e ci metto il triplo del tempo a portare a termine ciò che mi sono prefissata di fare.

 

Matilde ha avuto la sua prima babysitter a 3 mesi. Veniva 2 volte in settimana per 3 ore, e intanto mi bastava per gestire una piccola parte di lavoro urgente; a 6 mesi abbiamo trovato un nido privato che l'ha presa 2 volte in settimana fra le 9 e le 16. E il lavoro è potuto aumentare.

 

L'anno dopo abbiamo avuto accesso al nido pubblico, e - 2 anni dopo - è iniziata la materna. In entrambi i casi Matilde è sempre fra le ultime ad andare via.

 

Il problema del lavoro - almeno per quello che mi riguarda - non è comunque solo legato all'accudimento.
Si: sono sempre di corsa a prendere Matilde a scuola, lavorando spesso fino all'ultimo secondo. Si: rinuncio spesso a corsi ed aggiornamenti, che pure per il mio lavoro sono tanto importanti, perché si svolgono lontani da casa.

 

Ma al di là e al di sopra di tutto questo ci sono delle cose che non risolvo con l'aiuto del marito o con una baby sitter.

 

Si tratta di un qualcosa che sta dentro di me, una vocina che mi dice che la mia bimba è giusto che io la veda, che trascorra del tempo con lei. Se ho periodi di super lavoro, o fine settimana impegnati, lei mi manca. E anche se è con il padre, sono consapevole che IO non ci sono.

 

Il senso di colpa serpeggia - lontano lontano - e mi fa sentire scomoda nel mio ruolo di madre "imperfetta".

 

Ho sempre pensato che l'esempio di mia madre, vissuto sulla mia pelle da bambina, non avrebbe lasciato spazio a questo tipo di sensazioni.
La mia mamma non era una donna che stava a casa: era una soprano e girava sempre per lavoro. 2 giorni a Milano, 4 a Roma, 7 a Palermo... era la norma, e io non mi sono mai sentita poco amata o abbandonata. Avevo nostalgia, ma grazie a lei sono cresciuta con la consapevolezza di quanto sia importante fare un lavoro che si ama, riuscendo a essere al contempo una mamma meravigliosa e presente.

 

Devo precisare che non riuscirei a non lavorare, anche se me lo potessi permettere economicamente: amo ciò che faccio, faticherei a rinunciare alle sfide che il lavoro mi porta ad affrontare, e alle soddisfazioni che a volte mi da. E la mamma a tempo pieno temo non sarei in grado di farla, perché mi manca la pazienza, e non sono capace di stare un pomeriggio con le bambole in mano a giocare. Anche se mi accorgo che è più facile stare con mia figlia quando mi riesce di accantonare il pensiero del lavoro dedicandomi completamente a lei.

 

Pensa che ti ripensa, ho capito che il problema non ha una soluzione. Credo che per una donna diventare mamma implichi una lacerazione - a livello più o meno profondo - fra i diversi ruoli che ricopre nella sua vita. Fra ciò che era prima e ciò che la maternità porta ad essere (che sia per convinzione personale o per il modo in cui la società porta a percepire questo status).

 

Io cerco di impegnarmi a mantenere un equilibrio. Quando gli impegni me lo impediscono, so che vedo meno Matilde, e le chiedo di portare un po' di pazienza.

 

Appena ne vedo la possibilità, però, trovo il modo di stare con lei, e fare ciò che lei vorrebbe: trascorrere del tempo con i suoi amici, per esempio, o colorare insieme, o giocare con le costruzioni.

 

Cerco, insomma, di raggiungere compromessi accettabili per convivere con le varie parti di me, consapevole che io sono la somma di tutto ciò che vivo e di tutto ciò che sono: mamma e lavoratrice, ma anche moglie, figlia, donna, amica. E che tutto ciò che faccio "per me" avrà una ripercussione positiva sulla vita della mia bambina, perché rinunciare in toto al mio essere non mi renderebbe una persona migliore. Anzi, credo potrei diventare davvero irritabile e fastidiosa!

 

Ci sono voluti alcuni anni, e molte riflessioni. Ma una volta preso atto di questa realtà, la vita mi è parsa all'improvviso un filino più semplice.